Ho chiamato Francesco. Gli ho detto: “ti va di volare in Turchia come corrispondente di Soul Running?” Non un minuto di esitazione: Si!! e così il mio magazine acquista un’anima in più e che anima!! grande sensibilità nel raccontare una Turchia diversa, una Turchia che si muove al ritmo del cuore, a 60 battiti al minuto!!

“Pronto, Franceshchiellooo! Tutto bene? Ascolta, avrei da farti una proposta: ti va di andare in Turchia? C’è un evento trail a cui siamo stati invitati, ho pensato a te. Mi piace come scrivi, mi piacciono le foto che fai. Dovresti fare un reportage foto-giornalistico, una Soul Experience per noi di Soul Running.”

“Bah, guarda… ma Davide, penso tra me e me, io non so scrivere! Mi sarà capitato un paio di volte quel KABOOM, quella strana combinazione di emozioni, stimoli e ispirazione che mi

Coldplay - Viva La Vida

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Coldplay ~ Viva La Vida

hanno fatto mettere giù due righe. Ma se ci credi tu… SI!!”.

A un giorno e mezzo dalla partenza non mi sono ancora documentato su quello che andrò a vedere, tanto per mantenere viva la tradizione avviata alle scuole superiori, a che serve studiare tempo prima se posso risparmiarmi quella fatica? Giusto un accenno, un paio di notizie, Izink è l’attuale nome di Nicea (caspita, i concili ecumenici, impero romano, sarà bella!), è vicino all’omonimo lago e… stop. Non importa, mi dico, si vedrà sul posto, non serve mettersi troppe ansie.
Prima sera a Istanbul: purtroppo non si può dire granché, vederla per un paio d’ore, di sera e a Taksim, nella zona europea della città non offre un panorama troppo diverso da quello di una qualunque metropoli europea. No, non rende. Tuttavia è caratteristico vedere un mix di persone vestite nei modi più disparati, dalle donne dal volto coperto agli uomini vestiti di tutto punto, giacca e cravatta, i ragazzi presi dalla foga della loro vita “social”, totalmente assorti nei loro cellulari, nelle foto, insomma, in perfetto stile occidentale. Ma ci sono anche piccoli gruppetti di persone che suonano strumenti musicali in strada e creano quell’assaggio di folklore che piace, che dà allegria. Se poi ci aggiungi anche un Kebab e Coca-Cola alla modica cifra di 7,50 Lire turche (all’incirca 3/4 euro), ti viene fuori una seratina piacevole. Ma non è questa la vera Istanbul da vedere e non è per questo che sono qui. Io sono qui per Iznik. Così, il giorno dopo si sale sul traghetto, diretti a una città di cui proprio non ricordo il nome (professionale?) e da lì le navette portano me e le altre persone (corridori, giornalisti e un fotografo) finalmente a destinazione. Non è brevissimo il viaggio da Istanbul, 80 minuti di traghetto ed altri 40 circa in macchina non sono una passeggiatina.
Ora, arrivato qui, devo parlare dei due aspetti della mia esperienza. Mi viene da dividerla in due fasi, la fase Running e quella vera e propria del Soul.
Bene, qui inizia la fase Running, in realtà, purtroppo, il running di cui parlo è la gara, io non sono riuscito a sgambettare, sono qui per altro.
Pranziamo in allegria da Köfteci Yusuf, un locale che è l’equivalente di un nostro Old Wild West, si mangia della buona carne, pane, tanto pane, e i più coraggiosi si concedono l’assaggio della bevanda tipica locale: uno yogurt misto ad acqua… non provatelo… L’idea di bere uno yogurt bianco insipido come bevanda vera e propria durante un pasto è… Difficile da concepire! Nel frattempo faccio conoscenza con gli altri, Josè “Depa” De Pablo spagnolo, Donnie & Ben gli scozzesi, Zoe londinese, Mike americano, due giornalisti francesi e Ian fotografo inglese con cui passerò parecchio del mio tempo. Si chiacchiera e si ride, ma percepisco vagamente che l’atmosfera è un po’ tesa, carica del mix di stanchezza e di tensione pre-gara che credo prenda chiunque, anche il più forte sportivo esistente. Passa la giornata e si arriva alla sera, a mezzanotte parte la Iznik Ultra Marathon, 136 km seguita da una 80 km e una 42 km, tutte seguono un percorso che si snoda intorno al lago.

Dopo la partenza sento dire a Ian che lui seguirà la corsa per tutta la sua durata, scattando foto, e lì mi lascio prendere dalla fame, dalla voglia di imparare, perché, dopotutto, non sono un fotografo, sono solo un appassionato. E se sei al fianco di un professionista, l’occasione devi sfruttarla. Così per tutta la notte ci spostiamo in diversi punti. Questo mi dà anche l’occasione di vedere alcune parti del percorso, che inizia lento e fiacco, in pianura, ma la salita non tarda ad arrivare, infatti verso il ventesimo km inizia un’ascesa davvero tosta, al punto da mettere in difficoltà la Jeep con cui ci spostavamo. Passa la notte, gli occhi si chiudono ogni volta che si rientra in macchina per poi riaprirsi ed essere pronti non appena si mettono i piedi a terra; col sollevarsi del sole e l’arrivo del giorno iniziamo ad attraversare alcuni paesini e lo scenario che ci accoglie è spesso simile: punto ristoro vicino a un bar, apparentemente l’unico bar del paese, con alcuni anziani che chiacchierano e lanciano occhiate curiose, cercando di capire cosa stia succedendo. Man mano che procede, il percorso varia, si alterna, passa dalle alture al basso sentiero che corre lungo il lago, per poi arrampicarsi nuovamente su, alternando il terreno fangoso a quello secco e arido, per poi attraversare un torrente in cui i runner si sono immersi fino alle ginocchia. La mattinata è proseguita, ma a mezzogiorno, dopo la partenza della gara da 42 km, lascio Ian e mi dirigo all’arrivo, per accogliere Donnie, il primo che ha completato la gara lunga in poco più di 13 ore. Tanta roba.
Da qui ho poi sentito il bisogno di concedermi una piccola pausa, un’ora di riposo, prima di dedicarmi all’esplorazione della città, alla parte Soul dell’esperienza. Ma un po’ di avventura c’è stata anche qui, infatti, non trovavo la navetta che mi avrebbe riportato in albergo e mi ci sono diretto a piedi, niente di troppo traumatico, un paio di km sotto il sole… beh dai, almeno ne approfitto per abbronzarmi un po’ e alimentare il mio lato narcisista. Distrutto, arrivo in albergo e crollo immediatamente.
Mi risveglio 1 ora e 15 min dopo, come preimpostato dalla sveglia, con la voce di Depa, mio compagno di stanza, che rientra dalla gara a cui ha partecipato, la 42 km, e gli chiedo in uno spagnolo alquanto arrancato come gli sia andata la gara e mi risponde con un laconico, ma semplice “Beh, sono arrivato alla fine…”. Solo il giorno dopo avrei scoperto che l’aveva vinta. Maldito!

Da qui comincia la parte Soul del mio viaggio. Mi sono diretto in città e, senza chiedere alcuna indicazione, senza una mappa, senza la minima idea di cosa si potesse visitare, ho seguito l’istinto e ho camminato, con la fidata Nikon al polso. E qui ho avuto la conferma a quel piccolo dubbio che era nato in me già dal primo sguardo che avevo dato a tutta quella zona, ovvero che… non voglio usare un cliché o una qualunque frase fatta, non voglio dire che il tempo si sia fermato, ma quando idealmente sai che stai andando a visitare una città che ha fatto parte dell’Impero Romano e poi Ottomano, che è stata sede di ben due Concili ecumenici, che ha quindi queste forti radici, quello che ti aspetti di vedere è qualcosa di grandioso, che abbia quell’aura mistica e possente che ti riporta indietro nel tempo, dandoti l’impressione di vivere in quell’epoca; ti aspetti grandi cose, monumentali, o comunque cose che siano lo specchio di quello che la città è stata. Beh, non si può dire che non sia così, ma la magia che Iznik ha trasmesso a me è stata qualcosa di diverso, di inatteso. La città è allo stato primordiale, le strade sono tutte fatte di terra, c’è pochissimo asfalto, quasi nulla, le case hanno spesso un aspetto abbozzato, approssimato, come se tutto ciò che servisse, il necessario, fosse il tetto sulla testa e le quattro mura intorno; camminando per quelle strade la domanda che mi sono posto costantemente è stata “Ma com’è possibile?”. Sembra che gli abitanti della città si siano dimenticati delle loro origini o le abbiano volute trascurare intenzionalmente, sembra che loro abbiano detto “A noi non importa la grandezza, a noi importa la vita nella sua semplicità, perciò viviamo così.”
La gente lì vive quasi esclusivamente di agricoltura, le olive sono il prodotto principale della terra, quasi ogni cittadino possiede un trattore, che è parcheggiato fuori casa, tranquillo e in attesa, come un fedele compagno d’avventura. Non c’è spazio per la contaminazione tecnologica e avanguardistica che ha coinvolto il mondo, anche se, ovviamente, la differenza tra i ragazzini, armati puntualmente di cellulari di ultima generazione e consapevoli di quello che il mondo produce al di fuori di lì, e tutto il resto delle persone, è netta. Ma sembra quasi che questi elementi, l’avanguardia tecnologica e la vita mondana, siano di troppo e cozzino notevolmente con la realtà in cui sono immersi (anche se è frequentissimo vedersi sfrecciare accanto un motorino elettrico, in qualsiasi strada, su un marciapiede, tra gli alberi, dovunque, loro regnano sovrani). Ma la gente sorride, vive pacificamente, tranquilla, lo si vede nei visi delle persone che guardano incuriosite chi passa tra di loro con in mano una fotocamera e si ferma nel bel mezzo della strada per scattare una foto. Addirittura, vengono loro stessi a chiederti di fotografarli: una signora per strada mi ha fatto capire a gesti che voleva una foto, delle signore intente a lavorare a maglia, per le strade di uno dei paesini attraversato dalla gara, un signore alla guida del suo trattore, con cinque donne sedute sul carrello, diretti sicuramente al lavoro nei campi al mattino, appena hanno visto me e Ian ci hanno sorriso e hanno chiesto di voler essere fotografati.
Tutto questo, il passeggiare senza meta e senza consapevolezza di dove stessi andando, il perdermi in quel piccolo angolo della Turchia che sembra perso nel tempo, per me tutto questo è la vera forza e ciò che di bello ha Iznik. Una bellezza autentica, incontaminata dalla necessità di fare turismo. Quasi a dire “Lì c’è la storia antica della città, la si può ammirare, ma senza sfarzo e senza guadagno”.
Passeggiare per quelle strade affollate, non curate, piene di polvere e terra che si sollevava al passare di ogni mezzo di trasporto, fare una fatica dannata per trovare tre cartoline da poter aggiungere alla mia personale collezione, tutto questo per me è ciò che Iznik ha di magico. A conclusione della mia passeggiata, mi sono concesso una grossa pagnotta di pane, presa in uno dei negozietti che le mettevano esposte in vetrina, enormemente invitanti, indicando a gesti che non volevo fosse affettata, l’avrei mangiata a morsi, accompagnandola con una Coca e qualche strano affettato che sembrava un lontano parente del prosciutto cotto. Pace. Niente di più adatto da dire. Pace e sazietà.
Non so quanto ho visto di Iznik, non so se mi sia perso dei monumenti meravigliosi o magari un lato della città completamente diverso da quello che ho visto, ma sono certo di poter dire che è stato perfetto così. Fortunatamente, arrivare all’esame senza aver studiato prima, ha pagato.
Ai vari personaggi del luogo coinvolti nell’organizzazione della gara, tutti gentilissimi e molto accoglienti, o a chiunque, mi abbia chiesto se mi sia divertito o cosa pensassi di quel posto, ho risposto dicendo che no, non mi sono divertito, perché non è quella la “funzione” che ha quel luogo; a tutti loro ho detto che sono stato in pace, che tutto era incredibilmente tranquillo, che dovunque guardassi percepivo pace, calma e relax.
E questo è ciò che mi sento di dire a chiunque volesse andare a visitarlo, non aspettatevi nulla, non andateci con l’idea di trovare una metropoli occidentale, non immaginate, andate alla cieca e la città e la gente, sapranno sorprendervi.

Teşekkürler ve hoşçakal Iznik!

Grazie Soul Running!